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L'Opera Teatrale "A Pigghiata"

 

‘A Pigghiata, nelle diverse edizioni dalle più antiche alle più recenti, trasmessa da padre in figlio, è entrata a far parte dell’immaginario collettivo dei tiriolesi, anche se dal 1984 al periodo pasquale si è preferita la data del 14 agosto più adatta, per coinvolgere un pubblico più numeroso, turisti e, soprattutto, far rivivere ai nostri concittadini emigrati un pezzo del loro passato.

Quest’anno, dopo un silenzio di 14 anni (risale al 25 aprile 2000, in occasione del Giubileo, l’edizione ambientata a “Lairta”), ‘A Pigghiata viene riproposta il 14 agosto, ,una riproposizione più al passo con i tempi, avvalendosi delle nuove tecnologie e con costumi e scene più curate, lo stesso testo viene confrontato con un’edizione stampata pubblicata a Napoli nel 1764.

Gli attori, però, sono gli attori locali di sempre, con più o meno vocazione artistica, ma tutti, organizzatori compresi, animati dal voler vivere un momento ricreativo ed aggregante nel solco della tradizione e coinvolgere, specialmente le nuove generazioni, in uno “spettacolo” che è testimonianza del nostro teatro popolare, ma è espressione viva di un vissuto che appartiene a noi tiriolesi.

Resoconto dettagliato della “Pigghiata”. Seguendo la struttura dell’opera così come configuara nell’Edizione di Napoli del 1820, che si rifà alle precedenti ed in qualche punto apporta delle modifiche. L’Opera è composta dalla parte “storica” che inizia con l’Entrata in Gerusalemme e di due atti di ingresso che offrono una sorprendente originalità. Molti, infatti, si chiederanno quale siala

perivenza una scena iniziale ambientata nel paradiso terreste con l’Opera di Cristo. Lo svilupparsi del gioco scenico fornisce ogni spiegazione Dei petardi potenti preparati dau fuochisti di Tiriolo svegliano dal sonno Adamo ed Eva, che, ritornati in piena coscienzaa si ritrovano nudi ed impauriti per aver mangiato la mela vietata. Vedono intorno a sé tramurarsi in mostri spaventosi le ardee ed i cigni che prima emettevano solo per essi i loro canti soavi. Quel vago primigenio aprile si è tramutato in un agente inverno.Le attuali possibiltà date dalla musica fuori campo danno la possilbità di sottolineare, nel sonoro di contesto, il passaggio da una dimensione paradisiaca ad una infernale, che fa paura. La gravità della situazione nella quale si sono cacciati i due progenitori è sottolineata dall’ingresso in scena del Cherubino che, riproponendo il contenuto del capitolo III della Genesi, scaccia dal paradisi terrestre le due creature disubbidienti. E’ il caso di evidenziare che nelle parole del Cherubino è posta un’assimilazione tra Eva e Pandora (che è figura della mitologia greca). Vedremo anche in seguito questi accostamenti, già sperimentati da Dante, che ha ripetutamente inserito, soprattutto nell’Inferno, personaggi rivenienti dalla cultura pre-cristiana(Caronte, Minosse, i Giganti etc.) La situazione di Adamo ed Eva arriva sull’orlo della disperazione, quando nella scena entra, con lasua falce, il personaggio della morte. Qui la tradizione vuole che i sarti di Tiriolo, con i mezzi relativi alle rispettive epoche, ma con fedeltà assoluta nel disegno, abbiano concepito una tunica nera su cui si evidenziano le ossa bianche, quelle della testa, quelle del volto, quelle del corpo, che danno al personaggio la figura di uno scheletro parlante. L’apparizione della Morte parte da un presupposto teologico: l’uomo creato da

Dio era immortale come il suo creatore, che lo aveva fatto a sua immagine e somiglianza, per cui la disubbidienza ha avuto comeulteriore conseguenza la perdita di tale caratteristica “l’immortalità” e quindi sprigionato la Morte, che era dall’eternità sepolta in fondo al Lete (il fiume dell’oblio). L’impatto emotivo suscitato dall’entrata in scena della figura della Morte è altissimo ed è reso ancora più raccapricciante dai volti, dalle parole e dalle espressioni dei due progenitori atterriti. Sembra che l’umanità sia arrivata ad un punto di non ritorno: la disperazione assoluta. E’ la pronta entrata in scena dell’Angelo

della Misericordia a dar conforto ai due peccatori ed arginare lo strapotere della Morte. La Morte parte dal presupposto che tutti i discendenti di Adamo, siano essi Re,Principi, Imperatori, Dame, Nobili o plebei tutti saranno soggeti al suo potere:una verità evidente a cui solo può ribattere l’Angelo della Misericordi, ricordando che per opera dello Spirito Paraclito, attraverso l’unione ipostatica di natura divina ed umana in Cristo e grazie al suo sacrificio, la Morte sarà debellata per sempre.Nonostante questo l’’arroganza della Morte non si placa e rilancia la sfida , accettata dall’Angelo della Misericordia. E’ questo il pretesto scenico, che lega tutto il primo atto (Il Paradiso terrestre) al resto dell’opera che descrive lavenuta di Cristo sulla terra con la missione di riscattare gli uomini e sconfiggere la morte.

Nalla seconda scena l’ambiente è completamente diverso: siamo nell’Inferno . Glisforzi organizzatini degli addetti al cambio scene è estremamente gravoso, bisogna in fretta sostituire i pannelli che illustrano scene completamente diverse. Sono scene dipinte dagli artisti locali, che raffigurano antri bui e fiamme e fuoco e fuligine: movenze ed immagini su cui si staliano i fumi dei petardi che escono dallo scettro di pluto e dai tridenti degli altri diavoli. E troviamo Pluto a capo dell’Inferno nell’atto si convocare il consiglio dei demoni, allarmato della decisione di Dio di immolare suo figlio per la salvezza degli uomini. Il re dell’Averno si sente discriminato: Dio ha dato all’uomo dei precetti ed egli li ha trasgrediti, pur consapevole delle forti pene dell’inferno, continua ad offenderlo,l’uomo umile pugno di terra voleva farsi ugluale a Dio. I diavoli, non hanno avuto precetti da trasgredire e se si sono insuperbiti è solo perchè erano spiriti illustri ed eccellenti. Facendo il confronto, non i Diavoli, ma l’uomo merita l’INFERNO. Nel consiglio dei diavoli Eaco e Radamante espimomo il proprio parere per valutare se al loro regno fosse più conveniente favorire od ostacolare la morte di Cristo. Infine si propende per la prima soluzione e si chiama dal profondo abisso Belzebù, cui affidare l’incarico. Belzebù, dopo un’iniziale indecisione, accetta la missione e si esibisce in un monologo in cui chiama in campo tutte le forze dell’Inferno per avvalorale i suo braccio nello sconfiggere Dio. Necessariamente gli scenari vengono di nuovo cambiati: si deve riprodurre un esterno per l’entrata in Gerusalemme e poi altro cambio per il Sinedrio di Caifas, che richiede lo sfondo di un’ interno di un palazzo di prestigio. La scena dell’entrata in Gerusalemme e del giudizio sulla donna colta il adulterio, non figura nelle edizioni a stampa del 1764, 1791 e 1820, essa è arrivata a Tiriolo in forma di manoscritto collocato tra l’Inferno ed il Sinedrio di Caifas e presenta un linguaggio meno colto e meno aulico rispetto al restante testo. Si presuppone che siamo di fronte ad una interpolazione successiva, tendente ad inserire un episodio pur descritto dai VANGELI, ma non previsto nell’opera del Morone.

E l’opera del Morone comincia col Sinedrio di Caifas, a porte chiuse. La preoccupazione del sommo sacerdote è quella di veder perdere il proprio potere e la propria autorità di difensore dell’ortodossia del culto. Molti insegnamenti del Nazareno contrastano con la legge ebraica. Egli si dichiara il Messia e parla ad un popolo affascinato dalle sue parole strabiliato dai suoi miracoli. Perché muoia uno solo e non il popolo tuttto, Caifas propone che si debba consegnare a Pilato perché lo condanni a morte. Intervenvengo ad un ad uno tutti i giudici del Sinedrio: Alpandro propone la condanna all’esilio e non a morte, ma gli altri sono d’accordo col capo del Sinedrio. La vera opposizione viene da Nicodemo e da Giuseppe d’Arimatea(Gioseffo), i quali sostengono che Gesù di Nazaret del sommo Iddio sia il figlio eterno. A questo punto prende la parola Misandro , che cerca di demolire l’impianto difensivo di Giuseppe d’Arimatea, ritenendo non credibile che il figlio di Dio possa essere simile agli uomini ed esser soggetto ai comuni bisogni dei mortali: Se Dio è spirito, anche il figlio dovrà essere spirito. Gioseffo fa osservare che è nelle prerogative dell’onnipotenza di Dio far coincidere nella figura del Cristo mortalità e deità coesistono, Lo scontro verbale divemya acceso : Misandro e Gioseffo sguainano le spade e si predispongono al un improbabile duello. Caifas impedisce il duello e bolla Gioseffo come provocatore. Gioseffo e Nicodemo abbandonano la scena gettando a terra la spada, mentre la guardia annuncia a Caifas che chiede di essere ricevuto il discepolo di Cristo, Giuda l’Iscariota. A lui è consegnato il sacchetto delle monete e egli le conta avidamente sul proscenio. La scena cambia nuovamente, si apre il sipario e compaiolo Cristo ed i discepoli proni per l’ultima cena.. Prima che Cristo prenda la parola c’e il canto del coro degli angeli: Gesù anuncia il tradimento di Giuda , che, preso il pane, sordidamente si allontana dal cenacolo. I pani a ciambella “ e cuddrure” distribuiti da Gesù agli apostoli, sono spezzati e dati al pubblico che ne fa richiesta. A dimostrazione che un’opera così complessa non potesse rispettare le unità del teatro classico di luogo, di tempo e d’azione, si evidenzia un ulteriore cambio di scenario. Questa volta è un esterno .l’orto degli ulivi.

Gli angeli consolano Gesù uno di essi porge figurativamente un calice “del duro penar di Cristo simbolo atroce”. Si avvicina Giuda con lo stuolo dei soldati bacia Gesù che viene catturato, i discepoli si disperdono. La descrizione minuziosa della cattura di Cristo viene affidata all’apostolo Giovanni che, casualmente, incontrando Nicodemo e Gioseffo, si confida con essi e norra deli oltraggi subilti dal Maestro, suscitando viva comozione nel pubblico. Di notevole interesse nelle parole dell’apostolo le seguenti che riportiamo

fedelmente “ E disse lor: voi chi cercando gite? A Gesù Nazaren, risposer questi/Io son disse il Signor. Oh meraviglia!/ /A quel terribil verbo/cadder le turbe, e rovinar fur visti” Degli evangelisti solo Giovanni (Gio. 18.6) riporta questo episodio.