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ALBIZZATE - VARESE

La Passione di Albizzate nasce solo nel 2009, ma con una connotazione molto incisiva e personale. La filosofia che ha sotteso l’intera progettazione della Passione è sortita dal desiderio di seguire il più possibile il canovaccio evangelico e l’intelaiatura storica: si è voluto in ogni modo cancellare qualsiasi eccesso spettacolare, perché l’ambizione è suscitare emozioni, ma senza utilizzare effetti speciali che distolgano l’attenzione da ciò che si va a rappresentare.

La Passione si sgrana come i semi di un rosario fino alla resurrezione: una preghiera che coinvolge le persone che assistono e le comparse, istaurando un silenzioso e mistico dialogo tra chi guarda e chi mette in scena. Non ha caso, infatti, si è scelto di raccontare le vicende evangeliche attraverso un narratore esterno, lasciando agli attori l’atto di “mimare” la cronaca della Passione, Morte e Resurrezione di Gesù Cristo.

Il silenzio è il grande protagonista della passione, perché attraverso il silenzio, i figuranti compenetrano nella parte, chiamati a divenire ipostasi del personaggio rappresentato, legandosi al pubblico empaticamente e deputandolo ad attore e protagonista della Sacra rappresentazione, in un sentimento antropologico e divino.

La decisione di scegliere alcuni episodi della Passione è scaturita dalla necessità di creare una narrazione lineare, comprensibile con il minor numero di pause nella manifestazione: una lunga sinfonia che ha nella crocifissione il suo punto di maggior intensità emozionale e di pathos. L’intento è di suscitatare una vera e sincera emozione che possa portare alla riflessione sulla fede, com’era lo spirito che ha sotteso alla formulazione delle Passioni figurate, non via crucis ma umanizzazione della figura di Cristo, della sua vita e della morte, per esaltarne la Divinità, il Sacrificio e il dono più grande fatto al genere umano, la Possibilità di scegliere tra Bene e Male e la Salvezza.

 


 

 

 

LA PASSIONE DI CRISTO DI ALBIZZATE


ALBIZZATE (Varese)

 


IL TERRITORIO

 

Albizzate è un Comune situato lungo la strada statale n.341 che collega Gallarate a Varese ed è separata dalla vicina Solbiate Arno dall’Autostrada dei Laghi, Milano - Gallarate - Varese. Il Paese, che sorge alla destra del torrente Arno, è sede di una stazione della storica linea ferroviaria Milano - Varese. Tra le tante versioni, il nome di Albizzate potrebbe derivare dal gentilizio “Albicium” cui sarebbe stato aggiunto il suffisso “-ate”, facendo riferimento alla potente GENS ALBUCIA, che qui vi avrebbe insediato un VICUS che prese il nome di VILLA ALBUCIATIS. Il fertile territorio posto nella valle dell’Arno è stato abitato fin dai tempi più antichi e ciò è testimoniato da ritrovamenti locali: il professor Bertolone negli anni trenta del secolo scorso, infatti, ha trovato vicino al torrente Arno un’ara votiva romana al dio Giove coniata dai Montunates, popolazione di origine celtica che occupò queste terre e databile intorno al 200 a. C. Le prime notizie storiche riguardanti Albizzate risalgono, però, al IX secolo con alcune cartule, inserite nel Codice Diplomatico Longobardo: nell’807 il conte Alpicario, aio della sorella di Carlo Magno, prende possesso di una “casa posta in loco Arbrigiade” e nell’ 842 il conte cederà i suoi beni, tra cui Arbrigiade al monastero di Sant’Ambrogio di Milano. Nel 1142 l’imperatore Corrado III cede le terre di Albizzate a Ottone Visconti. Dopo la guerra tra Torriani e Visconti e la successiva vittoria di quest’ultimi, Albizzate e tutto il Contado del Seprio vengono dati a Pietro Visconti. Con il dominio dei Signori di Milano, Albizzate si arrichisce di chiese e edifici. Nel 1693, alla morte dell’arcivescovo Federico Visconti, il feudo di Albizzate, ordinato nel XV secolo, era costituito dai territori di Albizzate, Gaggio, Castronno, Bodio, Besnate, Caidate, Casale, Inarzo, Sumirago, Caronno Ghiringhella, Travaglino e Tordera. Le famiglie, chiamate “fuochi”, erano 86, quattro erano le chiese; c’erano, inoltre sei cascine e cinque mulini. Alla fine del seicento, Albizzate passa sotto il controllo del Conte Senatore Filippo Archinto,
famoso per aver introdotto nel Paese la cultura del baco da seta. Per tutto il periodo del 1800 e fino ai primi decenni del 1900, l’attività principale degli Albizzatesi era l’agricoltura. Nel 1830 nacque un Consorzio privato per lo sfruttamento delle acque del torrente Arno in tutta la valle con sede proprio nel Paese; attraverso chiuse e canali venne regolato il flusso delle acque per l’agricoltura e l’allevamento del baco da seta, seconda attività economica dei contadini. La filatura della seta, ricavata dai bozzoli, si svolgeva presso la filanda, di proprietà della famiglia Bruni, un grande stanzone del Castello, dove lavoravano soprattutto donne e bambini. Dopo la seconda guerra mondiale, Albizzate fu centro operoso in pieno sviluppo. Le industrie richiamarono molti immigrati, specialmente dal meridione e il paese sentì il bisogno di servizi essenziali e di case. Furono ristrutturate le vecchie case rurali; furono costruiti nuovi alloggi popolari nella frazione Valdarno; sorsero nuove villette e il “Villaggio Campera”. Ora la crescita industriale e l’aumento della popolazione si sono arrestati.


LE TRADIZIONI

 

Sul territorio di Albizzate sono presenti alcune importanti icone del passato due tesori di grande importante, l’oratorio Visconteo e il Santuario Mariano di Valdarno. L’oratorio Visconteo è stato costruito dai Visconti nella seconda metà del 1300. Dal punto di vista architettonico, l’oratorio si presenta come un edificio a un’unica aula collegata, mediante un arco trionfale, all’abside a semicerchio. La facciata, molto semplice, a capanna è oggi quasi monocromatica nel suo intonaco originale a causa dell’asportazione della pellicola pittorica dagli agenti atmosferici e presentava nel timpano, dentro un rosone, lo stemma dei Visconti, ai lati l’Annunciazione e sotto un gigantesco San Cristoforo. Al suo interno si conservano affreschi che costituiscono uno dei cicli fondamentali della pittura lombarda. Alla drammaticità delle scene, riconducibile alla cultura toscana e alla presenza di Giotto a Milano nel 1335, si sostituisce un modo di dipingere discorsivo, caratteristico della cultura lombarda che destinava le pareti della chiesa al racconto e alla rievocazione dei fatti sacri in chiave favolistica popolare. Nell’abside domina una Maiestas Domini tra i simboli dei quattro evangelisti, mentre nella calotta sottostante si allineano i dodici apostoli. Sull’arco di trionfo si vedono le figure a mezzo busto di Mosè e di un altro profeta. Sotto gli stemmi dei Visconti. A sinistra si dipana il ciclo di Giovanni Battista così come viene raccontato dai Vangeli: la sua annunciazione a Zaccaria, la nascita, la predicazione, la rivelazione di Cristo, la prigionia e la morte nel castello di Erode e poi il destino post mortem della sua salma, particolari che ci derivano dalla Legenda Aurea di Jacopo da Varagine. A destra ha inizio la storia di San Ludovico da Tolosa, santo francese, figlio del re di Napoli, Carlo II d’Angiò, e pronipote di San Luigi dei Francesi. La storia racconta l’abbraccio del giovane Ludovico alla vita francescana, rinunciando a una vita di lussi e privilegi, le sue virtù cristiane e monastiche e la sua morte precoce. A Valdarno, la chiesa ad un’unica aula conserva un affresco di Madonna con Bambino, dipinto forse su commissione di qualche persona o famiglia, da un pittore di passaggio intorno al 1300, come ex—voto o atto di devozione. Osservandone i colori, i gesti e l’espressione di quest’immagine semplice e preziosa, ci possiamo accorgere della sua straordinaria bellezza. Nel 1983, la chiesa di Valdarno è riconosciuta santuario mariano dall’Arcivescovo Carlo Maria Martini.